Ho comprato un visore per capire. Non per giocare. Non per evadere. Per capire. Per capire un altro nuovo mondo: il Metaverso.
Ho sempre pensato che la tecnologia vada attraversata, non raccontata da lontano. Non puoi analizzare una piattaforma senza averla abitata. Non puoi scrivere di un ambiente digitale senza averci passato ore dentro. Anche quando quell’ambiente ti è culturalmente distante. Vivere le cose per comprenderle davvero.
I videogiochi, per me, sono sempre stati culturalmente distanti. Non ho mai avuto l’ossessione del livello da superare o della community da frequentare. Il gaming è rimasto ai margini della mia vita fin da quando, bambino, arrivò la PlayStation nella casa del mio vicino.
Il visore, invece, è un’altra cosa. Lo intuivo e ora ne sono certo. Non è (solo) un gioco. È un mondo. E del mondo ha tutti tratti conosciuti e, forse, ne ha di nuovi.
L’illusione che diventa ambiente
La prima sensazione è fisica. Totalizzante. L’immersività non è un aggettivo di marketing: è un dato sensoriale. Il mondo virtuale non lo guardi. Lo abiti.
Puoi aprire tre schermi grandi come un campo da calcio e lavorare sospeso nel nulla. Puoi navigare, entrare nei social, muoverti in spazi condivisi. E puoi giocare: forse l’esperienza più totalizzante di tutte.
Da campione dell’Nhl a promessa dell’Nba, da pilota di caccia militare a golfista rinomato, da incursore in scenari critici a pescatore solitario su un’isoletta dove pure la brezza sembra tiepida e setosa.
Mi è capitato, pure, di parlare con il Maestro Yoda. E che brivido vederlo lì, davanti a me, mentre mi si rivolgeva chiamandomi «giovane Padawan».
I giochi costano. Non sono moltissimi, ma sono ben fatti. La qualità non è tanto nel gameplay, quanto nell’esperienza.
Il corpo viene ingannato con eleganza. La mente viene sovrastimolata con precisione. Dopo alcune sessioni mi è capitato di faticare a dormire. Troppa attivazione visiva. Troppa intensità. Troppa “realtà”.
Il punto è che non stai guardando uno schermo: sei dentro uno spazio. E “spazio”, credo, è la parola corretta.
Metaverso, la piazza globale
Nei mondi social del visore entri con un avatar. Ti costruisci un outfit. Ti muovi in ambienti che sono, di fatto, piazze.
Persone da ogni parte del mondo parlano, discutono, scherzano. Socializzano. Mi sono ritrovato in un gruppo che discuteva di biscotti alla cannella e cioccolato. Inflessioni sudamericane, accenti nordamericani, risate.
Non so se fossi l’unico europeo lì dentro, ma l’impressione è che la sfera asiatica del Mondo non ci sia. Dov’è? Starà da un’altra parte? O non starà proprio?
Poi altri gruppi. Sport. Politica. Conversazioni casuali.
È una piazza globale senza odori, senza contatto, senza prossimità reale, ma con una prossimità percepita fortissima. Una protezione implicita: sei presente e insieme distante.
È la versione digitale di ciò che per generazioni sono stati il bar, la piazza, l’oratorio.
Con una differenza ragguardevole: qui la distanza geografica è irrilevante. I fusi orari si sovrappongono. Le età si mescolano. Le regole sono opache.
Ed è lì che succede.
Continuare a vivere, continuare a morire
In questo mondo fatto di mondi, entro in un mondo costruito per combattere. Non c’è premessa narrativa. Non c’è introduzione o contestualizzazione del perché si sia lì a dover sparare. Non c’è una missione o uno scopo. C’è un’arma in mano e altre persone-avatar da colpire.
Muori.
Rinasci.
Uccidi.
Muori di nuovo.
E così via all’infinito.
La morte è priva di peso. La vita è infinita. L’atto violento è continuo.
Ci si parla mentre ci si spara.
«Ancora dieci minuti e poi vado a prendere i bambini a scuola».
«Aspetta che torno, mi hanno ucciso».
La banalizzazione è totale. È un teatro permanente dove l’atto di uccidere è routine. E in quel teatro, poi, ho incontrato lui.
Otto anni dal Texas
Un avversario molto bravo. Troppo bravo. Mi elimina in modo seriale. Non riesco a fare tre passi che già mi ha freddato.
Attivo l’audio. Provo a parlargli.
E così scopro che ha otto anni. Vive in una cittadina del Texas.
Io sto giocando in tarda mattinata europea. Per lui è notte. Gli chiedo se è solo in casa. Lo faccio con cautela. Mi dice che è con la madre e i fratelli. Sta semplicemente giocando.
Un bambino di otto anni, nella sua notte, in un ambiente globale, a sparare a uno sconosciuto dall’altra parte del pianeta.
La scena è perfettamente normale lì dentro. Ma fuori? Fuori da quel mondo, è (davvero) perfettamente normale?
La mia formazione – personale, culturale, europea – mi impedisce di considerarlo neutro. Non è moralismo (e se anche lo fosse?). È una domanda che ritengo dirimente tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. È una domanda che ha a che fare con la morale, con una scala di valori, con il patto sociale che una parte dell’Umanità sta cercando dalla Notte dei Tempi: quello della prosperità in pace.
E poi ancora:cosa significa crescere in un ambiente in cui la morte è un loop ludico?
Cosa significa interagire quotidianamente con adulti sconosciuti in spazi immersivi? Cosa significa per il sistema nervoso di un bambino una sovrastimolazione così intensa, in orari notturni, in un contesto senza mediazione fisica?
Non ho risposte. Ma ho una certezza: e la certezza è che non è un dettaglio.
La promessa e il rischio
Il visore ha applicazioni straordinarie. In medicina può permettere a uno specialista dall’altra parte del mondo di assistere un intervento in tempo reale.
Nella formazione può creare simulazioni realistiche. Nel lavoro può ridefinire il concetto stesso di presenza.
La tecnologia non è il problema. La struttura sociale attorno alla tecnologia lo è. Come in tanti altri ambiti umani.
Il Metaverso non è un gioco. È un ambiente sociale immersivo globale con regole ancora immature. Ed è già abitato da bambini.
Sintassi della distanza
Quando ho tolto il visore, ho avuto una sensazione netta: la distanza fisica dal Texas era tornata improvvisamente reale. Fino a un secondo prima non esisteva. La mia domenica era tornata ad essere una normale domenica di febbraio in Monferrato.
Avevo condiviso uno spazio con un bambino di otto anni. Avevamo dialogato. Ci eravamo uccisi cento volte.
Il Metaverso comprime le distanze, ma espande le responsabilità. E noi siamo ancora culturalmente in ritardo rispetto alla potenza degli strumenti che abbiamo già messo nelle mani dei più giovani.
Ho un sapore scomodo in bocca. Mi chiedo se il Metaverso avrà un futuro: nelle sue premesse, sarebbe dovuto essere un (non)luogo rivoluzionario per la popolazione mondiale, ma così pare non essere. Nel mondo sono state vendute alcune decine di milioni di visori. C’è gente nel Metaverso, ma non la quantità che i suoi creatori probabilmente si aspettavano.
E mi chiedo anche: nel caso lo avesse, un futuro, chi regolerà (e come la regolerà) la vita dentro un luogo in cui un bambino può ammazzare ed essere ammazzato senza soluzione di continuità?
